
Quando si parla di interruzione di gravidanza, il dibattito pubblico si accende quasi sempre lungo linee di frattura nette, ideologiche, rumorose. Da una parte la politica e la morale, dall’altra le statistiche e le procedure mediche. In questo rumore di fondo, tuttavia, si perde quasi sempre la voce più autentica e complessa: quella di chi l’esperienza la vive sulla propria pelle, nel proprio corpo e nella propria mente.
Che si tratti di un’interruzione volontaria (IVG) o di un aborto spontaneo — un evento biologico non voluto —, dal punto di vista della clinica psicologica e della persona i confini sono spesso molto più sfumati di quanto si creda. In entrambi i casi, ci troviamo di fronte all’interruzione brusca e profonda di una narrazione: il futuro che ci si era appena abituati a immaginare svanisce, lasciando spazio a un presente da ridefinire.
Nel momento esatto in cui una donna scopre di essere incinta, la sua mente attiva immediatamente una straordinaria capacità generativa: comincia a tessere una trama, a fare spazio, a immaginare legami, tempi e trasformazioni.
Interrompere questo percorso significa interrompere un progetto. Nel caso dell’interruzione volontaria, la complessità emotiva risiede spesso nella coesistenza di due polarità che la nostra cultura fatica enormemente a tollerare: la certezza lucida, ferma e consapevole della propria decisione e, al contempo, il dolore, il vuoto o il senso di perdita per ciò che si sta lasciando andare. Spesso si pretende che una scelta lucida sia automaticamente indolore, o che il dolore equivalga a un ripensamento. La realtà clinica ci racconta invece una verità diversa: una donna può sapere perfettamente che quella è l’unica strada giusta per la sua vita e, nello stesso momento, portare il peso di un lutto invisibile.
Nel caso dell’aborto spontaneo, invece, la perdita si impone senza passare per il filtro della decisione. Qui il vissuto è spesso segnato da un profondo senso di impotenza e, a volte, da un tradimento percepito da parte del proprio corpo. A rendere tutto più difficile è spesso il contesto sociale, che tende a svalutare l’accaduto (“era solo all’inizio”, “succede”), lasciando la donna sola a elaborare un lutto che non ha diritto di cittadinanza.
Una donna non attraversa mai un evento di questa portata nel vuoto pneumatico. Il suo mondo interno è immerso in un sistema di relazioni che reagisce, riflette e amplifica ciò che accade.
Il sintomo psicologico o somatico che talvolta compare a distanza di tempo — che si tratti di ansia, di tristezza persistente o di fatiche relazionali — non è mai il segno di una patologia da estirpare, ma il tentativo della mente di elaborare un’esperienza rimasta incastrata nelle maglie del non-detto.
Ciò di cui le donne hanno profondamente bisogno non è la morale, ma la legittimazione. Avere uno spazio sicuro, terapeutico o semplicemente umano, in cui poter portare la propria verità senza il timore di essere etichettate, ridotte a una fazione o a una categoria. Ascoltare quel dolore, accogliere l’ambivalenza e dare dignità a ogni forma di perdita significa permettere alla persona di ricucire i fili della propria storia, ritrovando il contatto con se stessa e con le proprie relazioni.
Il dolore, che sia scelto o subito, non deve essere portato in solitudine. Se senti che l’eco di un’interruzione di gravidanza continua a risuonare nella tua vita, nella tua relazione di coppia o nel tuo sistema familiare, sappi che non devi affrontarla da sola. Nel mio studio offro uno spazio sicuro, privo di giudizio e interamente dedicato all’ascolto, in cui dare voce alla tua storia e ricucire i fili della tua esperienza.
Puoi contattarmi per fissare un primo colloquio e iniziare questo percorso di cura insieme.
Dott.ssa Tiziana Spadavecchia Psicologa, Psicoterapeuta e Sessuologa clinica https://psicologatizianaspadavecchia.it
