Prima il ragazzo, poi lo studente: perché l’autostima viene prima del metodo.

​Quante volte mi è capitato di accogliere nel mio studio un ragazz* etichettato come “pigro” o “disatteso”, solo perché colleziona insufficienze? Dietro questi giudizi c’è quasi sempre una storia di fatiche scolastiche ripetute e di un’autostima ridotta in briciole.

​Quando arrivano in studio con una diagnosi di DSA o BES, la richiesta della famiglia è quasi sempre la stessa: “Gli insegni un metodo di studio”.

​Ma come psicoterapeuta e tutor so bene che fare questo senza prima aver lavorato sulla persona è un errore clinico e pedagogico. Non si può insegnare un metodo di studio a un ragazz* che ha smesso di credere di potercela fare.

​Le fondamenta prima della casa

​Quando le difficoltà scolastiche non vengono accolte tempestivamente, si innesca un cortocircuito emotivo prevedibile: l’ostacolo cognitivo (la fatica nella lettura, nella scrittura o nel calcolo) viene tradotto dal ragazz* in un verdetto personale: “Non ci riesco perché sono stupido”.

​A quel punto, attua strategie di difesa: si isola, diventa oppositivo o si arrende. Smettere di provarci è il modo che trova per proteggere quel poco di autostima rimasta.

​In questo scenario, proporre un programma di didattica intensiva o pretendere l’applicazione di mappe concettuali equivale a costruire una casa raffinata su fondamenta di sabbia. Se l’Io del ragazz* è schiacciato dal peso del fallimento, qualsiasi strumento tecnico verrà vissuto solo come l’ennesima prova della sua inadeguatezza.

​Il nostro vero lavoro

​Prima di aprire un libro, il nostro compito è ricucire il senso di efficacia del ragazz* attraverso tre passi fondamentali:

  • ​Separare la persona dalla prestazione: Un errore ortografico o un brutto voto descrivono l’esito di un compito, non il valore dell’individuo.
  • ​Valorizzare le competenze invisibili: I ragazzi con DSA sviluppano risorse straordinarie in altri ambiti, che vanno riconosciute per riaccendere la fiducia.
  • ​Normalizzare l’errore: Nello spazio sicuro della relazione, l’errore torna a essere ciò che è: un’informazione utile, non una condanna.

​La motivazione non è un interruttore che si accende pretendendo più impegno. È il motore che si avvia spontaneamente quando il ragazz* sente di avere accanto un adulto che fa squadra con lui, senza giudizio.

​Prima di parlare di strategie e strumenti compensativi, dobbiamo prenderci cura della persona. Solo un ragazz* che riconosce il proprio valore troverà il coraggio di riaprire i libri e affrontare il mondo.

Dott.ssa Tiziana Spadavecchia
  Psicologa, Psicoterapeuta e Sessuologa clinica 
https://psicologatizianaspadavecchia.it
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