
Il percorso per diventare psicoterapeuta non è quasi mai una linea retta. Spesso assomiglia piuttosto a un mosaico, dove tessere apparentemente distanti tra loro trovano a un certo punto un incastro perfetto, svelando un senso che prima era solo intuitivo.
La mia storia professionale racchiude esattamente questo: un ponte tra due mondi che a un primo sguardo sembrano opposti — la concretezza ad alta tensione della sala operatoria e la complessità invisibile delle relazioni nella clinica psicologica.
Prima di ascoltare le storie delle persone nel mio studio, ho ascoltato il ritmo dei monitor cardiaci, il ticchettio degli strumenti chirurgici e il silenzio concentrato di un’equipe in sala operatoria. Vivere la sanità “dal vivo”, nel momento esatto in cui la vulnerabilità del corpo umano incontra la massima competenza tecnica, mi ha formata profondamente.
In quel contesto ho imparato la gestione dell’emergenza, il valore della precisione, ma soprattutto ho capito una verità fondamentale: il corpo non è mai un’entità isolata. Intorno a quel tavolo operatorio non c’erano solo chirurghi e pazienti, ma sistemi complessi fatti di ruoli, gerarchie, paure condivise, alleanze implicite e attese cariche di angoscia o speranza.
Col tempo, l’interesse per la cura ha iniziato a spostarsi dal piano esclusivamente somatico a quello relazionale. Mi sono chiesta cosa accadesse alle persone e ai loro legami quando la malattia o la sofferenza rompevano gli equilibri familiari e personali. Questa domanda mi ha spinta a intraprendere gli studi in psicologia e la successiva specializzazione clinica.
Il lavoro sulla relazione è stato una vera e propria rivelazione. Ha dato un nome e una struttura teorica a ciò che avevo già iniziato a intuire in sala operatoria: nessuno di noi esiste nel vuoto. Il sintomo o il disagio non appartengono mai al singolo individuo in modo isolato, ma si inseriscono all’interno di un contesto di legami, storie e dinamiche comunicative.
Mettere insieme la sala operatoria e la psicologia clinica non è stato semplice, ma col senno di poi era l’unico percorso possibile per me. Oggi, nel mio lavoro clinico, porto la stessa attenzione millimetrica che serve in un contesto medico, unita però allo sguardo ampio, circolare e non giudicante dell’ascolto psicologico.
La gestione della crisi: L’esperienza in sala operatoria mi ha insegnato a non perdere la testa quando la situazione si fa critica. Questo mi permette di accogliere il caos emotivo dei pazienti con una presenza solida e rassicurante.
La visione d’insieme: Come in un’equipe chirurgica ogni membro ha un ruolo interdipendente, così in una famiglia o in una coppia ogni persona influenza e viene influenzata dalle altre. Lavorare in ottica relazionale significa guardare oltre il singolo per abbracciare l’intero ecosistema di legami.
Corpo e mente: L’incontro tra questi due mondi mi ricorda costantemente che la sofferenza psicologica ha quasi sempre una risonanza corporea, e viceversa.
Spesso si pensa che i cambi di rotta professionali siano degli sprechi di tempo o delle deviazioni. Credo invece che ogni pezzo della nostra storia formativa e lavorativa lasci un segno prezioso. La mia identità clinica oggi si regge su due gambe: il rigore e la concretezza della cura medica, e la profonda empatia della relazione d’aiuto.
E tu hai mai avuto la sensazione che le tue passioni o esperienze passate, apparentemente slegate, stessero segretamente preparando il terreno per quello che fai oggi?
Dott.ssa Tiziana Spadavecchia Psicologa, Psicoterapeuta e Sessuologa clinica https://psicologatizianaspadavecchia.it
